La rendicontazione volontaria al servizio di una strategia di sviluppo sostenibile

Il 26 febbraio scorso è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale UE la nuova Direttiva 2026/470 che dovrà essere recepita entro un anno dagli ordinamenti degli Stati membri. 
Dopo molti mesi di discussione la UE ha deciso che l’obbligo di rendicontazione sostenibile viene limitato alle imprese europee con più di 1.000 dipendenti e 450 milioni di euro di fatturato. 
La CSRD, quindi, diventa uno strumento solo per i grandi gruppi, non più un obbligo generalizzato. 

Nel nostro Paese le aziende che ricadono nei parametri dell’obbligatorietà sono un’esigua minoranza, sorge quindi spontanea la domanda, “e tutte le altre?”.
Adesso la maggior parte delle PMI italiane si trova di fronte a un bivio: affrontare comunque il percorso di rendicontazione su base volontaria o aspettare che arrivi qualche nuovo obbligo normativo.

Il tema è più ampio della sola rendicontazione, il punto vero per le aziende è decidere se lo sviluppo sostenibile debba diventare strategico nei piani di business.

La rendicontazione volontaria al servizio di una strategia di sviluppo sostenibile

Da una ricerca effettuata da Deloitte, risulta che l’80% delle PMI italiane ritiene la sostenibilità un tema cruciale, ma poi la maggior parte delle aziende mette in pratica azioni isolate in campo ambientale, sociale e di governance, senza una vera visione di obiettivi di lungo periodo.
Possiamo dire che c’è consapevolezza, ma spesso non sufficiente per tradursi in organizzazione aziendale e piani strategici. Eppure sarà proprio la capacità di affrontare questa sfida efficacemente che determinerà la competitività. 

Le aziende che affrontano la sostenibilità in modo strutturato sono quelle che avranno meno difficoltà nelle catene di fornitura, perché i grandi clienti continueranno a chiedere dati ESG ai propri fornitori, indipendentemente dagli obblighi normativi. 
Sono quelle che avranno investito in efficienza, riducendo consumi e costi. 
Sono quelle che potranno dialogare con banche e stakeholder in modo trasparente, ottenendo condizioni migliori e costruendo fiducia. 
In definitiva, sono quelle che affronteranno la competizione su basi più solide.

Come iniziare un percorso di sviluppo sostenibile 

Per iniziare un percorso di sviluppo sostenibile serve un primo passo indispensabile: un assessment strutturato. 
Non si tratta solo di compilare un questionario ESG, ma di valutare un’analisi documentale, interviste con proprietà e management, valutazione dei processi interni e una gap analysis rispetto agli standard ESRS e alle best practices di settore
È una fase importante che potremmo chiamare di presa di coscienza dei punti di forza e di debolezza dell’azienda.
Inoltre il confronto con la proprietà e il management è essenziale per definire priorità e obiettivi. 

La sostenibilità diventa così un percorso con una direzione chiara e con responsabilità definite.
La rendicontazione volontaria arriva solo dopo, come esito naturale di questo processo. Non è un esercizio formale, ma un modo per raccontare in modo trasparente dove si è e dove si vuole andare. È uno strumento che permette all’azienda di presentarsi in modo credibile a clienti, banche, partner e lavoratori, mostrando impegni concreti e misurabili. E soprattutto è un modo per anticipare richieste che, anche senza obblighi normativi, diventeranno sempre più frequenti.

Sustenia si pone come partner in grado di accompagnare le organizzazioni lungo questo percorso con la piena consapevolezza che ogni azienda è diversa e serve la sensibilità per capire le specificità di ciascuna di esse. 
Sustenia non è una “catena di montaggio” di pratiche di sostenibilità, è un artigiano attento alle esigenze di ogni suo interlocutore.

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